Si racconta che, quando l’autunno aveva ormai vestito d’oro le terre di Polimeria e le ultime foglie indugiavano sui rami, giungesse una notte diversa da tutte le altre.
Una notte nella quale il silenzio sembrava avere un respiro.
I polimeriani la chiamavano la Notte di Passaggio.
Cadeva nel tempo che, molti secoli più tardi, altri avrebbero associato alla notte di Halloween. Per loro era il momento in cui il velo tra il mondo della materia e la realtà più sottile si faceva tanto lieve da lasciar filtrare presenze, richiami e memorie.
Nessuno pretendeva di conoscere interamente ciò che si trovava oltre.
Si diceva soltanto che, in quella notte, le due realtà potessero sfiorarsi.
Talvolta attraverso un sogno insolitamente limpido. Talvolta in un profumo che tornava senza una ragione, in una voce appena percepita, in un chiarore che attraversava una stanza vuota. E, nei luoghi dove le energie della terra si raccoglievano più intensamente, si narrava che potessero aprirsi passaggi così fugaci da sembrare un tremito dell’aria.
Soltanto una notte, nell’intero anno, rendeva il velo tanto sottile.
Per questo veniva attesa con amore, ma anche con prudenza.
Le luci della veglia
I preparativi cominciavano diversi giorni prima.
Nelle case si ripulivano le soglie, si raccoglievano le foglie cadute nei cortili e si disponevano i cristalli destinati alla veglia. Anche tra i mutaforma che condividevano questa credenza si custodivano usanze simili, tramandate insieme alle parole con cui accogliere la notte.
Le luci consuete di Polimeria continuavano ad accendersi al calare del buio. Accanto a esse, però, comparivano cristalli riservati alle ricorrenze più importanti.
Di giorno conservavano riflessi discreti, quasi nascosti nella loro trasparenza. Di notte si destavano in colori luminosi: azzurri profondi, verdi acquatici, violetti e bagliori d’oro, con una luce morbida che pareva nascere dall’interno della pietra.
La loro disposizione seguiva un sapere antico.
Alcuni custodivano gli ingressi. Altri illuminavano finestre, ponti e luoghi di raccoglimento. I colori venivano accostati perché le loro risonanze componessero una protezione comune, come voci diverse capaci di sostenere la stessa armonia.
Mentre li disponevano, gli abitanti pronunciavano parole tramandate di generazione in generazione:
«Alla pace sia aperta la soglia.
A ciò che ferisce sia posto confine.
La luce custodisca chi resta
e accompagni chi prosegue.»
Sapevano che tra le presenze vicine al mondo materiale potevano essercene alcune ancora turbate dalla rabbia, dal dolore o dal desiderio di nuocere. Il velo assottigliato rendeva più facile ogni contatto, e per questo occorreva vegliare.
Le protezioni dovevano impedire alle presenze ostili di oltrepassare le soglie dei viventi, lasciando libero il cammino di chi cercava pace.
I nomi affidati alla notte
Secondo la credenza polimeriana, coloro che avevano lasciato la vita durante l’anno potevano conservare un legame con il mondo materiale.
Un affetto. Una promessa incompiuta. La difficoltà di separarsi da una casa, da un volto, da tutto ciò che avevano amato.
Nella Notte di Passaggio avrebbero trovato la possibilità di sciogliere quei legami e attraversare definitivamente il velo.
Per questo, quando le prime luci della veglia cominciavano a brillare, gli abitanti si riunivano nelle piazze, nei giardini e lungo i corsi d’acqua. Portavano con sé piccoli cristalli e il ricordo di chi non avrebbe più camminato al loro fianco.
Prima ringraziavano la terra.
Per i raccolti, per l’acqua, per il riposo che l’autunno preparava. Ringraziavano la natura e l’energia che attraversava ogni essere, ogni pietra, ogni radice.
Poi pronunciavano i nomi di coloro che erano passati oltre.
Dopo ciascun nome lasciavano un momento di silenzio.
C’era chi affidava alla notte una parola rimasta troppo a lungo sulle labbra. Chi chiedeva perdono. Chi raccontava un piccolo ricordo, perché anche un gesto quotidiano potesse diventare un ultimo dono.
Infine giungeva il saluto.
Era il momento più difficile: permettere a chi si amava di proseguire senza richiamarlo indietro con il proprio dolore.
Gli anziani insegnavano che si poteva continuare ad amare una presenza anche dopo averle aperto la mano.
Il canto che accompagnava il cammino
Allora cominciava il canto.
Una prima voce intonava una nota bassa, lieve e sostenuta. Le altre si univano poco alla volta, finché il suono attraversava il cerchio dei presenti come un respiro condiviso.
Era un canto lento, con lunghe vocali e pause nelle quali si potevano udire il vento e l’acqua.
Si diceva che alcune note, tramandate con particolare cura, risuonassero con i cristalli e con le energie di quella notte. Quando le voci trovavano l’accordo, le pietre sembravano rispondere con un chiarore più intenso.
Il canto veniva ripetuto più volte.
Aveva la tristezza di un addio e la dolcezza di un augurio. Ogni ritorno del ritornello offriva agli spiriti un orientamento, una luce di voce lungo il cammino.
Nessuno chiedeva loro di restare.
Nessuno pretendeva una risposta.
I vivi cantavano perché chi partiva potesse sentirsi accompagnato fino alla soglia.
Oltre il velo
Dell’altra realtà, le antiche storie parlavano con parole prudenti.
La descrivevano come un luogo più leggero, dove lo spirito avrebbe ritrovato lentamente le memorie delle proprie esistenze e compreso ciò che, durante la vita, gli era rimasto oscuro.
Lì avrebbe continuato ad apprendere: riconoscendo il valore dei propri gesti, attraversando ciò che ancora chiedeva comprensione, ascoltando insegnamenti che la materia non gli aveva permesso di udire.
Quando quel ciclo fosse stato compiuto, avrebbe potuto tornare.
Una nuova vita, un nuovo tempo, altre possibilità di conoscere e imparare.
Per i polimeriani, ogni esistenza era una parte di un viaggio più vasto, del quale raramente si riuscivano a ricordare tutte le strade.
La veglia comprendeva tre notti: una per preparare e raccogliersi, quella centrale per accompagnare il passaggio, e una terza per ringraziare e lasciare quiete intorno alle soglie. Soltanto nella notte centrale il velo raggiungeva la sua massima sottigliezza.
All’alba, il canto si spegneva lentamente.
I cristalli restavano al loro posto fino al termine della veglia, mentre le città riprendevano il ritmo consueto.
Si racconta che, in alcune case, il mattino dopo si avvertisse una pace nuova.
Il ricordo era ancora lì. Anche la mancanza.
Ma qualcosa aveva smesso di attendere sulla soglia.
E chi rimaneva poteva sussurrare, finalmente:
«Cammina in pace.
Il nostro amore saprà ricordarti
senza trattenere il tuo passo.»
Tinuviel Greenwood
